Tomaso Buzzi

1900 – 1981

La figura di Tomaso Buzzi

Tomaso Buzzi è nato a Sondrio il 30 settembre 1900 e si è laureato in architettura nel 1923 presso il Politecnico di Milano, dove è stato poi assistente e, successivamente, professore sino al 1954.

Buzzi – che definiva l’architetto soprattutto « un direttore d’orchestra » — si è dedicato dapprima all’architettura d’interni, lavorando sovente in coppia con Gio Ponti in arredamenti che si caratterizzano, negli anni venti, per essere equidistanti sia dal capriccio « déco» sia dalla « gravità» novecentesca.

Buzzi ha avuto studio a Milano e successivamente a Roma; frequentava assiduamente Benedetto Croce, il senatore Casati, Riccardo Bacchelli, Tommaso Gallarati-Scotti, i quali lo stimavano profondamente per la sua profonda cultura letteraria e artistica. 

Numerosissimi gli edifici monumentali da lui totalmente o parzialmente ripristinati e restaurati, fra i quali le ville palladiane di Masèr, di Soligo e di Farra, il castello di Paraggi, quello di San Michele di Pagana e quello di Pedeguarda, la rocca di Spi-limbergo, i palazzi Volpi, Cini e Brandolini d’Adda a Venezia, il palazzo Nasi Agnelli a Torino, il palazzo del Duca d’Alba a Madrid. A Tomaso Buzzi si deve anche la ristrutturazione delle Ambasciate d’Italia a Tokio e a Bangkok.

È morto a Rapallo il 16 febbraio 1981.

Acquisto de la Scarzuola (1957)

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La città buzziana è stata volutamente pensata come immagine “alternativa” e dissonante, come variegato spazio “profano”, pervaso di misticismo laico, come personalissimo mondo “dell’Arte, della Cultura, della Modernità, dell’Eleganza, dei Piaceri (anche dei Vizi, della Ricchezza, dei Poteri, ecc.)”, come “regno della Fantasia, delle Favole, dei Miti“, come habitat “di vita sociale e di vita eremitica, di contemplazione in solitudine”, come “oasi di raccoglimento, di studio, di lavoro, di musica e di silenzio”.

Ispirato all’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (1499, Aldo Manunzio editore), lo stile che meglio interpreta la sua licenza è il Neomanierismo, che egli identifica nell’uso di scale in tutte le direzioni, volute sproporzioni di alcune parti, presenza di mostri e affastellamento di edifici o monumenti, che arriva ad un surrealismo, con un che di labirintico, di evocativo, di geometrico, di astronomico, di magico.